Fuori Asse — redazione
Negli ultimi anni la parola “neurodivergente” ha compiuto un percorso insolito: da diagnosi da tenere per sé a tratto da rivendicare, a volte quasi da esibire. Fondatori di startup la citano nei podcast, manager la mettono nella propria bio professionale, adolescenti la scoprono guardando un video di quaranta secondi. Sotto questa nuova visibilità, però, i dati raccontano una storia più complessa — e più interessante — di una semplice moda: una parte del fenomeno è reale e misurabile, un’altra parte è rumore, e la parte più importante, quella che dovrebbe interessarci di più, resta ancora largamente irrisolta.
Il fenomeno è reale, non solo percepito
Chi lavora nella scuola italiana non ha bisogno di grafici per accorgersi che qualcosa è cambiato: secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito, la quota di alunni con una certificazione di Disturbo Specifico dell’Apprendimento è passata dallo 0,9% dell’anno scolastico 2010/2011 a circa il 6% del 2022/2023 — più di sei volte tanto in poco più di un decennio. La crescita non è uniforme: le certificazioni di dislessia sono aumentate di circa il 111% in dieci anni, quelle di disortografia e discalculia di oltre il 200%, mentre la disgrafia è rimasta quasi stabile. Anche la geografia pesa: nelle scuole del Nord-Ovest e in quelle paritarie la quota di alunni con DSA supera l’8%, contro il 5,8% delle scuole statali.
Un andamento simile si osserva sull’autismo. Le stime più recenti dell’Istituto Superiore di Sanità parlano di un bambino su 77 nella fascia 7-9 anni, per un totale stimato di circa 600.000 persone in Italia; l’età media della diagnosi si è abbassata a circa 3 anni, contro una media internazionale di 49 mesi. Ma gli stessi esperti — la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza in testa — avvertono che l’aumento delle diagnosi non coincide necessariamente con un aumento reale dei casi: riflette criteri diagnostici più ampi, screening più efficaci nella prima infanzia e famiglie più informate. In altre parole, prima di parlare di “epidemia” bisognerebbe chiedersi quanto a lungo questi numeri siano rimasti nascosti sotto la soglia della diagnosi.
L’autodiagnosi social: destigmatizzazione o disinformazione?
È qui che il fenomeno smette di essere solo clinico e diventa culturale. A dicembre 2025 l’hashtag #Autism su TikTok totalizzava 3,6 milioni di video, #ADHD 4,8 milioni. Sempre più persone, spesso adolescenti, dichiarano di riconoscersi in un disturbo senza aver mai consultato uno specialista. Il problema non è che se ne parli — è quanto, di ciò che circola, sia accurato. Uno studio pubblicato sul Journal of Autism and Developmental Disorders ha analizzato i 133 video più visti con l’hashtag #Autism, per un totale di quasi 200 milioni di visualizzazioni: solo il 27% conteneva informazioni corrette, il 41% era inesatto, il restante 32% generalizzava in modo fuorviante. I video realizzati da professionisti sanitari risultavano più affidabili, ma erano una minoranza.
Sul fronte ADHD la situazione non è migliore: ricerche condotte tra 2024 e 2025 stimano che tra il 50% e l’89% dei video più popolari con l’hashtag #ADHD contenga informazioni fuorvianti, e che solo il 20-45% sia coerente con i criteri diagnostici del DSM-5. Una revisione sistematica del 2026 dell’Università dell’East Anglia, su 27 studi relativi a salute mentale e social media, ha rilevato che i contenuti su neurodivergenza mostrano tassi di disinformazione più alti di qualsiasi altro tema legato alla salute mentale — fino al 56% in alcune categorie. Vale però la pena resistere alla lettura più semplice, quella per cui “è colpa di TikTok”: chi studia il fenomeno da vicino osserva che le cause sono più d’una, e che tra queste pesa anche la difficoltà di accedere a una valutazione clinica pubblica in tempi ragionevoli — l’autoriconoscimento online diventa, per molti, il primo passo prima ancora di rivolgersi a un professionista, non un sostituto della diagnosi.
Il paradosso dei manager: risorsa quando conviene, tabù per gli altri
Il registro cambia ancora quando si guarda al mondo del lavoro. Richard Branson, Steve Jobs e Ingvar Kamprad — fondatore di IKEA — hanno parlato pubblicamente, in momenti diversi delle loro carriere, di dislessia o ADHD come tratti che hanno contribuito al loro modo di lavorare; Elon Musk ha fatto lo stesso con l’Asperger’s, annunciandolo nel monologo di apertura del Saturday Night Live dell’8 maggio 2021 e definendolo, in sostanza, un vantaggio per l’innovazione. Il ricercatore Johan Wiklund, della Whitman School of Management dell’Università di Syracuse, studia da anni la relazione tra ADHD, dislessia e propensione imprenditoriale, trovando legami più solidi per la dislessia — spesso associata a un pensiero d’insieme e a una spiccata capacità di visione — che per l’ADHD, il cui rapporto con l’imprenditorialità resta più controverso. Un caso spesso citato è quello di Gil Gershoni, fondatore dell’agenzia creativa Gershoni Creative, che ha trasformato la propria dislessia in un metodo di lavoro — il cosiddetto “Dyslexic Design Thinking” — costruito sulla capacità di individuare schemi e connessioni.
A livello aziendale, Microsoft e Goldman Sachs hanno programmi dedicati all’assunzione di persone neurodivergenti, e diverse analisi di settore — tra cui una ricerca Deloitte del 2023 spesso citata — associano ai programmi strutturati di inclusione della neurodiversità un aumento fino al 30% nell’innovazione di prodotto e una riduzione del turnover attorno al 25%. Si stima che tra il 15% e il 20% della popolazione adulta presenti una qualche forma di neurodivergenza.
Ma è qui che il racconto rischia di diventare comodo. Le stesse analisi che citano questi numeri ricordano un altro dato, meno raccontato: circa l’80% dei professionisti neurodivergenti preferisce ancora non dichiarare la propria condizione sul lavoro. La narrazione della neurodivergenza come vantaggio competitivo, insomma, oggi si applica soprattutto a chi può permettersi di esporla — fondatori, dirigenti, professionisti già affermati — non alla media di chi lavora in un open space e teme che una diagnosi diventi un’etichetta. Distinzione sociale per pochi, ancora stigma per molti: sono la stessa parola, ma non la stessa esperienza.
Cosa manca davvero: da rimuovere ostacoli a sbloccare risorse
Il termine “neurodiversità” non nasce come categoria clinica, ma come parola d’ordine politica: lo conia nel 1998 la sociologa australiana Judy Singer, lei stessa nello spettro autistico, quasi in contemporanea con il giornalista americano Harvey Blume, che lo utilizza in un articolo sull’Atlantic. Alle origini, il concetto è legato al movimento per i diritti delle persone con disabilità, e chiede un cambio di sguardo strutturale: non persone da correggere, ma un ventaglio naturale di funzionamenti cognitivi in cui la società — scuole, uffici, città — dovrebbe imparare a progettare per tutti, non solo per il profilo medio.
È proprio questo lo scarto che oggi si osserva tra la parola e il suo uso più diffuso. Diversi studiosi — tra cui Ginny Russell e Sonny Hallett Fletcher-Watson — parlano ormai di “neurodiversity lite” per descrivere un uso superficiale del concetto: si adotta il linguaggio e l’estetica della neurodiversità, si celebrano i talenti di un profilo ristretto — spesso quello del settore tecnologico — ma si lasciano intatte le barriere sistemiche, e si finisce per escludere chi non rientra in quel profilo “brillante”. È la differenza tra indossare la neurodivergenza come segno di distinzione e ridisegnare davvero un ambiente perché funzioni per chi pensa in modo diverso.
Rimuovere gli ostacoli — un piano didattico personalizzato, un adattamento ragionevole in ufficio — resta un passaggio necessario, ed è quello su cui la scuola italiana, con tutti i suoi ritardi, ha fatto la maggior parte della strada in questi anni. Ma è un punto di partenza, non di arrivo. La domanda che questo numero di Fuori Asse prova a lasciare aperta è un’altra: cosa succederebbe se, invece di limitarci a includere chi pensa fuori asse, cominciassimo a progettare scuole, uffici e servizi partendo proprio da come pensa? La crescita delle diagnosi ci dice che il fenomeno è reale e diffuso. Non ci dice ancora se abbiamo imparato a valorizzarlo — o solo a censirlo meglio.
Fonti principali
- Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), dati sugli alunni con DSA, anni scolastici 2010/2011–2022/2023.
- Istituto Superiore di Sanità (ISS) — Osservatorio Nazionale Autismo (OssNA); Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA).
- “The Reach and Accuracy of Information on Autism on TikTok”, Journal of Autism and Developmental Disorders, 2023.
- Carter, Gracey, Moody, Ovens, Chatburn, “Quality, reliability and misinformation in mental health and neurodivergence content on social media: a systematic review”, Journal of Social Media Research, 2026 (Università dell’East Anglia).
- Michael Page, Manager.it, Millionaire.it — analisi su neurodiversità e performance aziendale, 2025-2026; ricerca Deloitte 2023 (fonte secondaria).
- J. Wiklund, Whitman School of Management, Syracuse University — studi su ADHD, dislessia e imprenditorialità.
- Monologo di apertura di Elon Musk, Saturday Night Live, NBC, 8 maggio 2021 (Variety, CNN Business, 12 maggio 2021).
- Voce “Neurodiversità”, Wikipedia Italia (per l’origine del termine e il dibattito “neurodiversity lite” — da verificare sulle fonti primarie citate in voce prima della pubblicazione).




